Africa: Togo e Benin

4 Giugno 202023min258
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Due piccoli paesi affacciati sul Golfo di Guinea, Togo e Benin sono la culla della religione vudù e ospitano le più fantasmagoriche costruzioni in fango di tutta l’Africa. Un viaggio che si sviluppa tra storia, architettura e riti ancestrali dalle origini antiche.

Il Dahomey, che dopo l’indipendenza aveva preso il nome dell’antico regno del Danxomè e aveva stenuamente avversato i francesi, si era da poco trasformato nella Repubblica Popolare del Benin, dal nome di un altro storico regno, situato però nella vicina Nigeria, creando non poca confusione toponomastica. La decolonizzazione del giovane stato africano si presentava assai turbolenta, quanto la storia più antica del Danxomé, che aveva basato buona parte della sua politica sulla guerra per procurarsi schiavi da vendere ai mercanti europei, i quali si erano proficuamente installati lungo la costa proprio a Ouidah. Tra questi si era inserito Francisco Felix De Souza, che aveva aiutato il giovane fratello del re a prendere il potere. Questi per riconoscenza gli conferì il titolo di chacha, viceré di Ouidah, che gli garantiva il monopolio su tutto il commercio degli schiavi del regno. Francisco divenne ricchissimo e oggi i suoi discendenti si ritrovano ogni anno il 4 di ottobre per celebrare il loro capostipite, tutto immuni da possibili sensi di colpa per una ricchezza scaturita da uno dei peggiori crimini contro l’umanità. Alla sua morte Francisco Felix lasciò 64 figli maschi ufficiali, oltre a un numero imprecisato di figlie femmine e di altri figli illegittimi. Con cotanta prole si può facilmente immaginare come i De Souza abbiano rapidamente creato una casta, sparpagliandosi in vari paesi dell’Africa Occidentale.

Nei giorni della commemorazione a Ouidah si svolge anche un’altra cerimonia, dedicata a un culto piuttosto curioso e unico nel suo genere: quello dei gemelli. Anticamente, in molte parti d’Africa un parto gemellare era considerato come una maledizione. La madre che li aveva partoriti veniva accusata di aver avuto rapporti con gli spiriti. Doveva abbandonare il villaggio, quando non veniva assassinata assieme ai figli. Ma in questa parte d’Africa che si affaccia sul Golfo di Guinea, e in particolare tra le popolazioni Fon, Ewé e Yoruba, vi è il più alto tasso mondiale di parti gemellari naturali. Qui, a differenza che altrove la nascita dei gemelli rappresenta un evento fortunato. A loro vengono innalzati altari e dedicate offerte. In caso di decesso di uno o di entrambi, la madre realizza delle statuette in legno a immagine dei piccoli scomparsi. Di roro non si dice che siano morti, ma partiti nella foresta. Spesso vengono identificati con le scimmie che frequentano i boschi sacri alle divinità vudù. Le madri tengono le statuette come figli, le lavano, le nutrono e parlano con loro come se fossero ancora presenti nella realtà familiare.

Gisele Assogba è una sacerdotessa di Marassa, il vodun dei gemelli, che si identifica in maniera sincretica con i santi gemelli Cosma e Damiano. Gestisce una dozzina di statuette di gemelli defunti. Gliele hanno affidate varie famiglie perché si prenda cura di loro: lei li lava, li veste e li nutre ogni giorno con grande cura. Nel giorno dedicato a loro, Gisele le veste di tutto punto con abiti bianchi e rosa, e le accompagna alla messa mattutina nella cattedrale cattolica di Ouidah. Sebbene il culto dei gemelli sia profondamente radicato nella religione vudù, il sincretismo è di casa in questa parte d’Africa e anche il parroco chiude un occhio sull’ingresso delle statuette in chiesa. Al termine della messa si spostano tutte dalla parte opposta della piazza, proprio di fronte al tempio del Pitone, dove vengono omaggiate con danze e cibo prima di partire in processione lungo le vie della città.

Il culto del Pitone a Ouidah risale al XVIII secolo, quando Kpassé, re degli Hueda (la popolazione locale) fuggì nella foresta inseguito dalle truppe di Agadja, il potente re del Danxomé, impegnato nella sua cruenta espansione verso il mare. Quando sembrava che la sorte di Kpassé fosse segnata, apparvero nella foresta centinaia di pitoni che trasformarono il terreno in una trappola mortale per i guerrieri di Agàdja. Probabilmente questa è solo una leggenda, ma a Ouidah oggi nessuno si sognerebbe mai di uccidere un pitone, e chi ne trovasse uno che si aggira per casa lo porterebbe immediatamente al guardiano del tempio.

La simbiosi tra uomini e animali si incontra in molti miti fondatori di regni e città di questa parte d’Africa, dove le leggende di un popolo che trasmette tutta la sua storia in maniera esclusivamente orale si mischiano ai fatti reali. Così la stirpe regale del Danxomé deriva dall’unione tra la principessa Aligbonu con la pantera Agasù. Alla fine i discendenti della pantera sottomisero i protetti del pitone conquistando Ouidah e il suo prezioso sbocco al mare per commerciare direttamente i negrieri d’Europa, ma il culto del serpente è mantenuto vitale, per una tradizione tutta africana, che vede i vincitori inglobare nel proprio pantheon e divinità sconfitte, invece di distruggerle. Nel triangolo compreso tra Ouidah, Abomey e Porto Novo, a ogni incrocio ci sono piccoli tempietti segnalati da drappi di tessuto bianco. Al loro interno altari fatti con cocci di terracotta, ferri arrugginiti e resti di offerte. All’ingresso dei numerosi boschi sacri, come nei vestiboli delle abitazioni spuntano statue con un gigantesco fallo. Sono la rappresentazione di Legba, l’intermediario tra gli uomini e il mondo degli spiriti, che si compenetra con la vita di ogni giorno. ln altri punti edifici con dipinti fantasmagorici indicano i conventi delle maschere Egungu. Spiriti dei morti che ritornano sotto forma di maschere multicolori per allietare, ma anche terrorizzare i vivi, giudicandone i loro comportamento. Rappresentano gli antenati che ogni familiare deve rispettare e riverire. È l’essenza stessa del vudù, lo “spirito” o, ancor più letteralmente, il “segno del profondo”, una religione dal carattere fortemente esoterico, che deriva da culti presenti sul territorio da circa 10.000 anni. Trasportato oltreoceano sulle galere degli schiavi, il vudù si diffuse nelle Americhe accentuandone l’elemento sincretico con i santi cattolici sovrapposti alle divinità africane. Qui divenne una religione di liberazione, simbolo della lotta degli schiavi.

Il nostro viaggio parte da Lomé la capitale del Togo, situata sul mare al confine Ghana. Il Togo fu una colonia tedesca che passò a francesi e inglesi al termine della Prima Guerra Mondiale. La parte britannica venne conglobata nell’allora colonia della Gold Coast (attuale Ghana), mentre il territorio francese formò l’odierna repubblica del Togo. Per questo la città si trova proprio sulla frontiera. Sebbene abbia mantenuto dimensioni modeste a confronto con molte altre metropoli africane, Lomé è un punto d’incontro di molte culture e commerci che la rendono cosmopolita e particolarmente vivace. Una delle sue principali attrattive per un turista, è rappresentata dal Grand Marché, il regno delle Nana Benz, le venditrici di tessuti africani, ma prodotti in Olanda. Queste signore, spesso analfabete hanno cominciato dal nulla negli anni Cinquanta e sono tra le più ricche del Togo. Hanno viaggiato in tutto il mondo diventando un punto di riferimento per il commercio dei tessuti in Africa occidentale e centrale.

Prima della partenza non potrà mancare una visita alle spiagge per osservare i pescatori in piroga uscire in mare depositare le reti, che il giorno successivo verranno riportate a riva, con lunghe file di uomini e ragazzi impegnati in questo lavoro faticoso. Purtroppo le forti correnti sconsigliano bagni in mare lungo il tratto cittadino. Dirigendosi verso la cittadina di kpalimé situata a 20 km dalla partenza. Nei dintorni vale senz’altro la pena spingersi fino al villaggio di Kourna-Konda sulle montagne alla frontiera con il Ghana. Qui si può fare un’escursione nella foresta in compagnia di Prosper Nyanu, un entomologo locale conosciuto come Monsieur Papillon (signor farfalla), alla ricerca dei numerosi lepidotteri che vi abitano. Da Kpalimé si riprende la strada verso nord, attraverso una serie di villaggi immersi nella foresta e, dopo 103 km, raggiungiamo Atakpamé, dove ci si ricongiunge con la strada principale che punta direttamente a nord. Da qui il paesaggio in trasforma in savana e campi coltivati fino a Sokodé, uno dei principali centri a maggioranza musulmana del Paese. Continuando verso nord la strada inizia a salire lungo la falesia di Kara, la città della famiglia del presidente, al potere in Togo da circa mezzo secolo. Sempre più a nord la strada attraversa il Parco della Kéran, ormai praticamente privo di animali, fino raggiungere la cittadina di Sansanné-Mango. Ancora una circa 40 km fino al villaggio di Tandjouaré dove, con una guida, si può salire sulla falesia e visitare il sito archeologico di Nano, con un antico villaggio situato nelle grotte sulla parte alta della scarpata. Da qui no sguardo spazia su tutta la pianura sottostante verso il Burkina Faso.

Al villaggio di Kandé, si trova la pista che nel territorio (il cui nome significa il popolo dei costruttori), che vivono sulle colline prospicienti la catena montuosa dell’Atakota Dopo una ventina di chilometri inizieranno ad apparire intorno le tata o takienta, le caratteristiche abitazioni di questa etnia, simili a piccoli castelli, che sono state riconosciute dall’Unesco come Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Poco prima del passaggio di frontiera con il Benin, si trova uno dei villaggi più caratteristici dell’intera regione Tanberma, dove l’Unesco ha fatto ricostruire un’abitazione e vi ha sistemato una placca. Qui ci si può fare accompagnare dal capo-villaggio, o da qualcuno della sua famiglia, lungo un percorso a piedi che si snoda per qualche ora sulle colline, alla scoperta delle numerose abitazioni di questa etnia, uniche nel loro genere. Il consiglio è di visitarne almeno una all’interno per scoprirne tutti i segreti. Si tratta di vere e proprie fortezze in banco (un misto di fango e paglia), alte tra 3 e 5 metri. Forme e dimensioni variano secondo la località, l’epoca e lo status sociale del proprietario. La struttura è realizzata per potersi facilmente difendere dagli attacchi dei nemici. La minuscola porta d’entrata permette l’ingresso di una sola persona alla volta a piedi. Entrati si rimane avvolti nell’oscurità di una stanza senza finestre. Anche le abitazioni situate a una certa distanza le une dalle altre avevano uno scopo difensivo, per impedire agli assalitori di attaccare contemporaneamente l’intero villaggio. Il pianterreno della dimora principale è riservato agli antenati. Attorno alla loro camera ci sono la cucina e vani per il pollame e le capre. Per accedere al piano superiore e al terrazzo si salgono tronchi d’albero a forma di forca, in cui sono intagliati degli scalini. La camera del proprietario e della moglie si trovano generalmente proprio sopra la stanza degli antenati, mentre quelle dei figli sono poste sopra l’entrata. Dal terrazzo si accede alle torrette utilizzate come granai. I tetti in paglia possono facilmente essere rimossi per riempire le torri di cereali quali miglio e sorgo. Al centro della terrazza si trova anche un’apertura per l’aerazione di tutta la casa. Davanti o attorno a ogni abitazione vi è una serie dl sculture dalla forma fallica vagamente antropomorfa.

Attraversata la frontiera con il Benin a Boukoumbé, si prosegue in una bellissima valle punteggiata dalle abitazioni dei Tamberna, che in Benin sono conosciuti con il nome di Somba. Somba è però un nome spregiativo (il significato è quelli nudi, dato dalle altre popolazioni che li vedevano come dei selvaggi che non si erano evoluti). Quindi fate attenzione nell’utilizzarlo, non detto che tutti lo apprezzino.

Al termine della pista si entra nella cittadina di Natitingou che porta alla cascata della Kota, un’oasi di verde nella savana riarsa. Qui, oltre ad ammirare la vegetazione è anche possibile fare un bagno refrigerante. Poco oltre, i villaggi dell’etnia Taneka o Tangba. Al villaggio principale Taneka Koko si paga un biglietto e ci si fa accompagnare da una guida locale alla visita. Il villaggio rimasto più integro e interessante è Taneka Beri che si trova in cima ad una collina. Qui le costruzioni sono semplici capanne in banco dalla forma tonda, ma particolarmente interessanti sono gli incontri con gli anziani custodi dei feticci, che si presentano seminudi, con una semplice pelle di capra attorno al bacino e una lunga pipa in terracotta che fumano più o meno in continuazione. Probabilmente incontrerete anche dei giovani acconciati per l’iniziazione maschile. Anch’essi sono abbigliati con un semplice perizoma che mostra tutta la loro prestanza fisica, oltre a una sorta di barattolo in metallo posizionato sopra la testa rasata e collane di cipree, le conchiglie che in questa parte d’Africa venivano usate come moneta. I giovani rimarranno con questa acconciatura fino all’iniziazione all’età adulta.

Lasciati i villaggi taneka si raggiunge la strada principale che scende dal Niger, in prossimità del villaggio di Tchaourou. Proseguendo verso sud attraversando il centro di Savé fino all’ importante nodo stradale di Bohicon. A questo punto solo una decina di km ci separano dalla meta di questa tappa: la città di Abomey, l’antica capitale del regno del Danxomé (Dahomey), che vanta una lunga storia non priva di episodi tragici. ll regno, fondato nel 1625 dall’etnia Fon, basava buona parte della sua potenza sulla guerra, per l’acquisizione di prigionieri che poi vendeva come schiavi alle potenze europee che alimentavano verso il Nuovo Mondo. Behanzin, l’ultimo sovrano indipendente del regno, venne sconfitto dai francesi nel 1894 e successivamente esiliato in Martinica. Ad Abomey si può visitare il Palazzo Reale a cui muri sono decorati con i bassorilievi che raccontano la storia dei re che si sono succeduti sul trono del Danxomé. Come per le abitazioni tamberma, il palazzo è ora un museo segnalato dall’Unesco come Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Al centro della corte reale si erge un tempio costruito con una mistura di argilla e sangue umano. Al culmine della loro potenza, l’harem ospitò fino a 4000 donne. Le guide si soffermano spesso sulle spiegazioni della crudeltà dei sovrani e dei loro eserciti, fra cui spiccava un corpo di amazzoni che componevano la guardia speciale del re. Tra gli oggetti esposti vi sono gli scettri con i simboli di ogni sovrano e alcuni troni reali, tra cui spicca quello di Guézo che regnò dal 1818 al 1858, la cui base poggia su 4 crani di nemici sconfitti. Abomey è anche uno dei luoghi di diffusione della religione vudù. Camminando per le strade della città ci si imbatte facilmente nei vari conventi delle diverse divinità e in boschetti sacri, dove, alla base degli alberi, si trovano le offerte dei fedeli, sotto forma di piccoli vasi in terracotta. All’ingresso del Palazzo Reale vi sono innumerevoli venditori di oggetti d’artigianato e sostano numerose guide più o meno improvvisate. A loro si può chiedere se durante la permanenza siano previste cerimonio vudù, che a seconda del tipo di divinità si manifestano in maniera molto diversa tra loro.

Una delle caratteristiche comuni a tutte le cerimonie è la possessione degli iniziati da parte dei vari vodun quali Sakpata (divinità del vaiolo), Heviesso (divinità del fulmine) o Mami Wata (divinità delle acque), che si manifesta attraverso la trance.

Lasciando Abomey si prosegue in direzione dei villaggi di Cové e Ketou. Da qui si scende verso sud fino alla storica città di Porto Novo, adagiata sull’omonima laguna creata dal fiume Ouémé. Il mito della fondazione della città parla di tre cacciatori Yoruba provenienti dalla Nigeria. La realtà storica dice che Porto Novo venne fondata nel XVlll da alcuni principi Aja del vicino regno di Allada, prima che questo venisse conquistato dal più potente regno del Danxomé in cerca di uno sbocco al mare. Il nome attuale si deve ai portoghesi, che nel 1730 vi stabilirono una base commerciale. Dopo l’indipendenza Porto Novo divenne la capitale del nuovo stato del Dahomey (poi Benin) e ne mantiene l’ufficialità, sebbene la sede del governo si sia trasferita nella più grande e commercialmente attiva Cotonou. In città si può visitare il museo Honmé, in quello che fu il palazzo reale del re Toffa (1850-1908), prezioso alleato dei francesi nella guerra contro il Danxomé. Più interessante del museo però è una visita al quartiere musulmano nel nucleo originario della città, dovesi trova la vecchia moschea variopinta che richiama l’architettura delle portoghesi. In questa parte della città si trovano i principali conventi vudù, con le sedi delle società segrete proprietarie delle maschere Zangbeto e Egungun, spiriti notturni i primi e morti che ritornano i secondi. Queste maschere sono presenti in tutto il territorio meridionale del Benin.

Cotonou è di fatto la capitale dell’attuale Repubblica del Benin e l’unico vero porto commerciale, con decine di mercantili alla fonda in attesa di scaricare le merci. È una città sovraffollata con un impressionante numero di motociclette. Interessante può essere una visita al grande mercato di Dantokpa, ma attenzione ai borseggiatori. Proseguiamo poi lungo la costa per circa 60 km fino a Ouidah, la città della famiglia De Souza, di cui parliamo nell’articolo. Qui Werner Herzog ha girato il film Cobra Verde, che riprende la storia. Ouidah resta uno dei simboli dell’ignobile mercato degli schiavi. Di quel periodo sopravvive il forte portoghese, oggi trasformato in museo, la casa dei De Souza con la tomba di Francisco, la piazza dove gli schiavi venivano venduti il percorso attraverso che questi erano costretti a compiere in catene per giungere al mare, dove li aspettavano i velieri negrieri per un viaggio senza ritorno. Nel punto in cui la pista di sabbia giunge al mare è stata costruita la Porta del Non Ritorno, per non dimenticare questo periodo particolarmente triste della storia. Ouidah è anche uno dei centri più importanti della religione vudù, testimoniata da innumerevoli boschi sacri, oltre che dal Tempio del Pitone, di cui non potrà mancare la visita. Il dio serpente Dangbé è una delle divinità più popolari nella regione di Ouidah e il suo tempio abitato da numerosi pitoni inoffensivi, che vengono onorati e riveriti dalla popolazione, si trova sulla stessa piazza della cattedrale cattolic. A gennaio, inoltre, si svolge il festival del vudù, un importante avvenimento che unisce cultura, folclore e religione, con cerimonie che si svolgono per diversi giorni in vari punti della città. Dopo il pieno di storia e cultura di Ouidah, la miglior cosa è andare a rilassarsi sulle spiagge di Grand Popo, raggiungibile con una Piccola deviazione lungo la strada che conduce alla frontiera con il Togo.

 


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