CULTURA E STORIA DI SCANDICCI – Le travagliate vicende dei resti di Dino Campana

11 Giugno 20217min97
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Dalla «villa dei pazzi» alla Badia a Settimo

«Campana resta l’ultimo poeta, il poeta toccato e divorato dal fuoco, il poeta che è entrato per sempre nel cuore stesso della notte e non ne è più uscito». 

(Carlo Bo) 

Il 12 gennaio 1918, dopo aver condotto una vita disordinata ed errabonda, il poeta Dino Campana venne ricoverato nell’ospedale psichiatrico di San Salvi a Firenze; dopodiché venne trasferito nel manicomio di Villa di Castelpulci a Casellina e Torri. Lo psichiatra Carlo Pariani gli diagnosticò una grave forma di schizofrenia chiamata ebefrenia. 

I Campana furono sua famiglia disgraziata: Mario, zio paterno del poeta, affetto da manie religiose, morì in manicomio nel 1902; mentre la madre di Dino, Francesca Luti detta “Fanny”, una donna religiosissima e severa, morbosamente legata a Manlio (più giovane di Dino di tre anni, futuro podestà di Marradi), ogni tanto lasciava la propria abitazione senza che nessuno conoscesse la meta. Secondo alcuni studiosi, l’origine del disagio psichico di Campana deriverebbe dalla mania deambulatoria della madre.

Dai resoconti dell’epoca si viene a sapere che la permanenza del poeta a Castelpulci non fu del tutto tranquilla: egli infatti alternava momenti di lucidità ad altri di aggressività e confusione mentale. 

Nel 1928, quando uscì una nuova edizione dei Canti Orfici (prima edizione Marradi, Tipografia Ravagli, 1914), edizione curata dal giornalista e poeta figlinese Bino Binazzi (che dedicò a Campana un famoso articolo su “Il Resto del Carlino”, edito nell’aprile del 1922), il poeta rivelò con acutezza i difetti e le modifiche apportate al testo, pubblicato dall’editore Vallecchi di Firenze. 

Nel 1931 egli manifestò un notevole miglioramento nella lucidità mentale, ma la speranza del ristabilimento svanì ben presto: nel febbraio del 1932 ebbe una ricaduta; verso la fine del mese venne colpito da una violenta febbre, originata da una setticemia. Il poeta, probabilmente, si ammalò di setticemia a seguito del ferimento con un filo spinato nell’area dello scroto, ferimento forse causato durante un disperato tentativo di fuga dalla «villa dei pazzi».

Il 1º marzo, alle ore 11:45, Dino Campana morì a soli quarantasei anni; il giorno seguente il direttore del manicomio scandiccese informò il cavaliere ed avvocato Manlio Campana del decesso «del suo adorato fratello». Il poeta marradese venne seppellito nel cimitero di San Colombano, «entro il recinto dei poveri morti pazzi» (quadrato 3, fila 4, fossa 3).

Nel 1938 Pariani pubblicò, per i tipi di Vallecchi, le biografie («non romanzate») di Dino Campana ed Evaristo Boncinelli, scultore originario di Mantignano, all’epoca frazione di Casellina e Torri, che, come il povero Campana, venne rinchiuso nell’ospedale psichiatrico di San Salvi, dove si spense il 16 agosto 1946. 

Dopo aver letto il libro del Pariani, Piero Bargellini si precipitò a San Colombano di Scandicci alla ricerca della tomba del povero Dino. Ecco cosa scrisse Bargellini a proposito della sua visita alla tomba di Campana su “Il Bargello” (1942), una rivista dell’epoca: «la tomba del mio “amico” non ha neppure le braccia nude di una croce. E mi torna alla mente […] quello che dice ancora il medico Pariani nel suo libro: «Col 1942 gli avanzi di Dino Campana, se nessuno li richieda, andranno dispersi.» Non ci sarà più segno di lui sulla terra». 

Fu così che l’intellettuale fiorentino lanciò l’idea di una sottoscrizione per la sistemazione definitiva dei resti del poeta marradese. Il 3 marzo 1942, in occasione del decimo anniversario della scomparsa di Campana, un gruppo di intellettuali depose il sarcofago del poeta all’interno dell’appena restaurata cappella di San Bernardo della Badia a Settimo, cappella oggi scomparsa. Alla tumulazione parteciparono, oltre allo stesso Bargellini, il ministro dell’Educazione Nazionale Bottai (che nel maggio del ’40 visitò la scuola elementare scandiccese “Duca degli Abruzzi”, oggi sede della biblioteca civica) e poi Papini, Lisi, Rosai, Vallecchi e molti altri. 

Nell’agosto del 1944 i tedeschi in ritirata fecero saltare in aria il campanile, e, insieme ad esso, crollò la cappella di San Bernardo.

Le peripezie post mortem del «gran camminatore» cessarono il 7 dicembre 1946: recuperata, tra le macerie, la cassetta contenente i resti del poeta, essa venne deposta sotto la navata sinistra della chiesa di Badia a Settimo, a pochi passi dalla seicentesca cappella di San Quintino. La pietra tombale è accompagnata da questa commovente iscrizione: 

«Nel cuore antico/di questa terra/fiorentina che/accolse i suoi/ultimi giorni/la pietà e il/silenzio onorino/colui che fu/voce ai disperati/sogni umani». 

Dovremmo quindi ringraziare Bargellini e tutti gli altri intellettuali dell’epoca se gli ammiratori di Dino Campana possono lasciare, sulla sua tomba scandiccese, dei fiori freschi.

A cura di Leonardo Colicigno Tarquini, storico dell’arte medioevale.

Dino Campana (Marradi (FI), 20 agosto 1885-Villa di Castelpulci, Scandicci (FI), 1° marzo 1932) in una foto del 1912.


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