Grecia: Milos

20 Luglio 202013min306
milos

Scolpita dal mare e dal vento Milos appare, per chi l’avvicina dal mare, come un’astronave popolata di strani esseri di roccia. Basta sbarcare, però, per trovarsi immersi in un paradiso bianco e azzurro.

A Milos quando i pirati apparivano all’orizzonte le porte d’accesso dei villaggi venivano chiuse in fretta e furia. In quei tempi di arrembaggi gli isolani sparivano nelle case con la rapidità della lumaca dentro il guscio. E proprio come le corna della lumaca dopo un po’ sbirciavano per vedere pericolo era scampato. In realtà le case di Milos erano più rassicuranti di un guscio. A Plaka era proprio l’anello esterno delle abitazioni a fare le veci delle mura del castello: pareti alte, spesse, senza finestre, munite di feritoie per vedere e per offendere senza essere visti. Ne è passato di tempo. Cinque, sei secoli a occhio e croce. E infatti oggi qui è tutto tranquillo. La meravigliosa baia di Paliorema ora è una tavola d’acqua cristallina.

Tra il mare e le montagne, giacciono come carcasse di balene i mille pezzi morti della miniera che fino alla metà degli anni Cinquanta dava lavoro a centinaia di uomini: carrelli arrugginiti che trasportavano il minerale, ruderi di officine, binari colonizzati dalle alghe aggrappati alla ripida roccia e, qua e là, pietre gialle, arancioni, nere, verdi sparse a terra. La miniera ha chiuso bottega nel ’56 eppure il silenzio spettrale in cui è immersa evoca il brulicare delle attività, la fatica dei lavoratori, il fracasso dei macchinari. È una pratica antica a Milos l’estrazione dei minerali.  Affonda le radici nell’epoca romana e continua ancora oggi: non è difficile, lungo le polverose strade dell’entroterra, imbattersi in qualche camion carico di materia prima diretto di gran carriera al molo di imbarco. Caricato il minerale, le navi partono. Lasciano però a malincuore le meravigliose coste dell’isola, una sorta di manuale di geologia a cielo aperto.

Nessun altro paesaggio greco può vantare una simile stupefacente varietà di forme e di colori. Quando si gira intorno a Milos, sembra di fluttuare in una navicella spaziale che va per altri mondi. Ci sono formidabili artisti qui: uno invisibile, il vento, e l’altro, il mare, in perenne inesauribile furore. Sono loro gli architetti che hanno scolpito nei millenni rocce animalesche, figure di draghi, fatate apparizioni che spuntano dall’acqua e sembrano prender vita da un momento all’altro. Per vedere tutto questo, il miglior modo è a bordo di un caicco: insenature, spiagge, calette, grotte, altissime falesie dai colori irreali. Passerete accanto “all’orso di Arkouda” per esempio, ai giganteschi monoliti di Kleftiko dove forse si nasconde Polifemo, allo scoglio di Glaronissa dalle geometriche formazioni a canna d’organo.

In più Milos è anche l’isola della Venere di pietra, Al museo di Plaka vedrete solo la copia che però sta in compagnia dei reperti ritrovati nell’insediamento dell’età del bronzo di Filakopi, tra cui l’omonima “signora” di terracotta. Seni di marmo, gambe sotto un panneggio, sguardo indifferente alle vicende del mondo, la Venere di Milo, l’originale che si trova al museo del Louvre. Alla statua deve mancare in modo struggente la visione dell’Egeo, che dal boschetto di Tripiti s’allunga col suo bagaglio di isole lontane. Prima del ritrovamento, era il 1820, se ne stava nella sua culla d’oblio, tra cespugli e pietre megalitiche, a due passi dalle catacombe romane, proprio accanto al teatro greco sul mare dove un tempo 7.000 persone ascoltavano le recite degli attori. Oggi come allora l’acustica del teatro è perfetta.  Fu un contadino, Yorgos Kentrotas, a destare la statua dal sonno durato duemila anni. Ancora non sapeva quale vita degna d’un romanzo l’aspettava: confiscata dai turchi, acquistata dai francesi, un monaco armeno che voleva donarla a un principe greco, la leggenda, o realtà, della rissa a causa della quale perse le braccia, i contrasti sul restauro e, poi, nel 1821, il piedistallo del Louvre.

Ci sono ulivi qui intorno a Tripiti, dove tra l’altro c’è una bottega che sembra l’antro di Alibabà e vende di tutto, dall’ago all’elefante. In cima alle colline spoglie invece, dove a volte tira un vento che a fatica resta in piedi, si stagliano chiesette solitarie, d’un biancore abbagliante. È quassù, in questi appartati templi, che ogni tanto nella canicola estiva sale un pope sovrappeso a praticare il rito ortodosso per irriducibili fedeli.

Più In là il biancore si fa più intenso. Sono le due città, Plaka e Tripiti che si passano il testimone: grumi di case quadrate, rettangolari, dai tetti piatti o in fila sul crinale dove spuntano vecchi mulini, alcuni restaurati, altri lasciati morenti insieme alla vecchia anima contadina. Sono architetture semplici, funzionali, fatte di piazzette, vicoli, strade che vanno su e giù, cortili dove l’unica macchia di colore è il verde di un cactus, il rosso di una tenda, gli occhi gialli di un gatto sornione o posseduto dal demonio, il blu di un imbuto che nessuno usa più da secoli.

Se il bianco dei paesi di Milos luccica, quello di Sarakiniko abbaglia la vista: un metafisico deserto bianco di rocce, spigoli e curve che sembra l’atelier a cielo aperto di Frank Lloyd Wright. E in mezzo al candore accecante, fiordi dove penetrano bracci di mare blu indaco. Nei giorni di sole sembrano coriandoli i bagnati che ci camminano sopra in costume da bagno. Una macchia rossa sale sulla vetta di una roccia, una gialla sistema il telo accanto a irreali pinnacoli. La cosa certa è che a Milos ognuno troverà il suo Paradiso: la baia di Tsigrado, dove si arriva con una scaletta tra le rocce, il fiordo di Papafragas, la spiaggia polinesiana di Plathiena, la vecchia miniera, i minuscoli villaggi di Klima, Mandrakia, Firopotamos, Mytakas, che sono un puntino lungo la costa e dove durante il massimo affollamento abiteranno cinquanta anime. Questi paesi sono fatti di casette a due piani, le syrmata, che a volte girano intorno al porto con una piccola chiesa sul groppone oppure s’allineano sotto falesie rocciose, in attesa del tramonto, quando s’accendono di colori. Al piano superiore della casa c’è l’abitazione, al pianterreno le “rimesse-garage” dove i pescatori mettevano e mettono ancora le barche, dato che l’acqua smeraldina dell’Egeo bussa ogni giorno alla porta di casa.

Poi c’è Kimolos. Ci si arriva in trenta minuti di traghetto in questa isoletta, che poi isoletta non è, perché quando lo scorrere del tempo lievita a causa dell’asperità delle vie di comunicazione, allora la concezione dello spazio diventa relativa. Sono infernali le stradine di Kimolos. Salgono vicino al cielo, tagliano campi, scendono a precipizio verso la costa, senza protezioni laterali. Abbandonato il porticciolo di Psathì e la vicina capitale Chora, dal fascino decadente, la strada sfiora paeselli e baie, fino a Prassa, semiluna di sabbia bagnata da un mare caraibico.

Affacciata alla grande baia naturale dove galleggiano le barche del porto Adamas, fondata nel 1824 da un gruppo cretesi, è un’allegra, indolente città, piena di hotel, negozi, market, agenzie di noleggio auto/moto. Nel cuore del paese, non perdete la chiesa della Santa Trinità/Aghia Triada dov’è allestito il piccolo, affascinante museo stipato di opere d’arte: quadri, sculture lignee, vecchi libri, ecc. Interessante il Museo Mineralogico ricavato in una moderna struttura all’ingresso della città; vi sono esposti minerali e rocce e racconta con foto e didascalie l’attività mineraria dell’isola dal Neolitico. In fila sul porto, l’una accanto all’altra, troverete le barche che propongono il giro dell’isola.

Plaka, formata da un labirinto di case da vicoli, piazzette, piacevoli cortili, giardini e dedali di strade. Splendida la vista dalla piazza panoramica di fronte alla chiesa Panaghia-Korfiatissa. Di fianco alla chiesa, una stradina laterale scende a una casa il cui cortile interno conserva un luogo appartato e segreto “la tomba di Catherine Brest, moglie del vic-console francese Louis Brest, morta nel 1823. Proprio di fronte alla chiesa invece, in una casa del XIX sec., si trova il Museo Etnografico: costumi tradizionali, antichi tessuti, ambienti e arredi di una Milos che non esiste più.

Dal centro del paese un breve, ripidissimo sentiero a gradoni porta in 10 minuti all’antico Kastro veneziano (restano monconi di mura e fondamenta). Salendo, prima raggiungerete la settecentesca chiesa di Panaghia Thalassitra, protettrice dei marinai (1783, icone all’interno) poi, con un ultimo strappo, la chiesa di Mesa Panaghia o Skiniotissa: da quassù la visione dei tetti del paese e del tramonto che accende di rosso l’Egeo fino alle isole più lontane è incomparabile; in epoca medievale il sito serviva per l’avvistamento di pirati e altri nemici.

Pollonia (11 km), si incontreranno una dopo l’altra spiagge rocciose e sabbiose, baio o piccoli borghi marini. Eccoli in ordine di apparizione da ovest verso est. Firopotamos, ai bordi di una meravigliosa baia di sabbia vulcanica lambita dal solito spettacolare mare; sullo sperone di roccia oltre il minuscolo porticciolo si trovano la chiesa di Aghios Nikolaos e i resti di un vecchio insediamento di cui rimangono le fondamenta e una grande “finestra” in mattoni aperta verso il mare. Mantrakia: borghetto di pescatori formato da due caratteristici porticcioli vegliati dalla chiesa di Zoodochos Pigi. Sarakiniko: uno dei luoghi più entusiasmanti di Milos e dell’intero Egeo, un susseguirsi di poderose lingue di roccia bianchissima che si allungano in abbagliante contrasto tra il blu del cielo e del mare; l’irreale paesaggio lunare eroso dall’acqua e dal vento nei millenni è un mondo geologico di pinnacoli, creste rocciose e scogliere.

Tornati sulla strada maestra, basta 1 km per arrivare a Mytakas, altro minuscolo insediamento con le syrmata a ridosso del mare, in una piccola baia. A queste seguono l’ampia spiaggia sabbiosa di Agios Konstantinos, quindi il profondo fiordo di Papafragas, grotta marina stretta tra vertiginose pareti rocciose con le tonalità dell’acqua che degradano dal verdognolo al blu profondo. Proprio accanto, sul mare, si trovano i resti del sito neolitico di Filakopi, remoto crocevia commerciale sulla Via dell’Ossidiana, uno dei più antichi e misteriosi insediamenti della Grecia, costruito in tre fasi dal 2300 al 1600 a.C. appare sulle rocce, l’altra parte invece se ne sta sotto il mare.

 


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