INCONTRI DI PSICOLOGIA – Anziani di oggi: quando vivere più a lungo non rende meno fragili!

19 Aprile 20219min144
Anziani di oggi quando vivere più a lungo non rende meno fragili!

Quando sarò vecchio…Quello che avrò fatto l’avrò fatto vorrò soltanto stare a ricordare i giorni buoni…Me ne starò vecchio a ricordare Che non ho ringraziato mai a sufficienza Chi mi regalò qualche rima baciata Chi mi ha fatto stare bene una serata Chi mi ha raccontato qualche bella storia… Spero di esser sazio dei miei giorni …Nella notte ascolterò disteso la goccia inesorabile di un lavandino Che scandisce il tempo come un assassino… E poi magari un sabato di maggio, ad una stella chiederò un passaggio E a tutti i prepotenti dirò ancora Con me voi non l’avrete vinta mai!…”

Era con queste parole piene di malinconia che Jovanotti immaginava l’addio che un uomo avrebbe fatto alla vita quando sarebbe diventato vecchio; un addio pur sempre amaro anche se con la consapevolezza di aver vissuto appieno.

Quanti di noi nel leggere questi versi si sono ricordati di qualche figura tanto amata? Un nonno, magari, il cui sguardo era come una carezza delicata sulla guancia; una nonna che voleva sembrare dura ma poi sapeva incantarci quando ci raccontava le storie, “i fatti” del suo tempo che appariva così estraneo e lontano davanti ai nostri occhi di bambini …Figure della nostra infanzia andate via forse troppo presto ma i cui ricordi trovano ancora posto in qualche angolo del nostro cuore e sanno sempre farci emozionare.

Oggi alla parola vecchio si preferisce quella di anziano, dal francese ancien, a sua volta derivato dal latino ante, proprio a significare ciò che viene prima e convenzionalmente si fa coincidere l’entrata in questa particolare fase della vita con il compimento del sessantacinquesimo anno di età. Si parla poi di terza età (persone in buone condizioni in termini di salute, inserimento sociale e disponibilità di risorse) e quarta età (coincide col decadimento fisico e mentale e la necessità di dipendere da altre persone) o ancora, seguendo un ulteriore metodologia, di giovani anziani (64-74 anni), anziani (75-84 anni), grandi vecchi (85-89 anni) e centenari.

L’emergenza delle varie espressioni nel corso del tempo è dovuta al tentativo di meglio definire la condizione di chi è avanti con gli anni e che rispetto al passato, quando i canonici 65 anni coincidevano con il pensionamento, quindi con il ritiro effettivo dalla vita attiva e lavorativa,

comprende adesso una larga fascia della popolazione che, perlomeno nei paesi avanzati, ha un’aspettativa di vita molto alta e una maggiore probabilità di mantenere nel tempo capacità e abilità fisiche e cognitive purché opportunamente stimolate.

Vivere più a lungo però non è uno scacco matto perché quella dell’anziano rimane comunque una condizione di rischio, dove longevità fa purtroppo rima con fragilità. Avanzare con l’età, significa infatti inevitabilmente, andare incontro a complesse modificazioni fisiologiche e all’emergenza di problematiche sociali e psico-comportamentali che rendono l’individuo estremamente vulnerabile tanto da non consentirgli una risposta adeguata di fronte ad aventi stressanti con conseguenti limitazioni o sviluppo di eventi negativi quali disabilità e aggravamento delle condizioni generali con chiara perdita dell’autonomia che in condizioni estremi possono portare alla morte.

I dati delle ricerche prese in considerazioni portano ad affermare, infatti, che esistono dei fattori che rendono possibile un migliore adattamento degli anziani alle variazioni con cui devono confrontarsi legate proprio alla loro condizioni di non più giovani che contribuiscono allo sviluppo di uno stato di benessere; tali fattori comprendono la possibilità di:

 

  • mantenere una partecipazione alla vita sociale
  • essere in buoni rapporti con persone significative
  • avere una sufficiente rete di rapporti interpersonali
  • poter contare su una certa disponibilità di risorse economiche e ambientali (vivere in abitazioni confortevoli ad esempio)
  • possedere determinate caratteristiche di personalità (estroversione; apertura verso l’ambiente circostante; atteggiamento di tipo costruttivo capace di contenere le ansie e adatto a mantenere una relazione utile e ricca con gli altri; porsi in una posizione di dipendenza in cui il supporto degli altri è sentito come dovuto così come la loro disponibilità in considerazione dell’anzianità come una condizione quasi di vacanza in cui i propri bisogni vengono comunque garantiti da altri; la tendenza a mantenere un elevato modello di efficienza e a dimostrare agli altri la propria autonomia e indipendenza negando o evitando il ricorso a sostegni e aiuti)
  • avere buone capacità di coping, inteso come l’insieme degli sforzi cognitivi e comportamentali necessari per gestire ed elaborare richieste ambientali esterne e interne che vengono percepite come eccessive rispetto alle risorse a disposizione in modo da generare risposte adeguate (che possono essere interne, quali abilità cognitive, conoscenze, capacità e caratteristiche di personalità o esterne, quindi legate alle condizioni economiche e sociali, al livello educativo alla rete sociale e alle condizioni ambientali).

La letteratura evidenzia che quando queste dimensioni sono presenti e operano in sinergia fra loro possono portare a forme di reazione ottimali di fronte a stress o momenti difficili, contrariamente si crea una situazione di fragilità tale da non permettere alcuna reazione con l’unica possibilità di soccombere.

Soccombere, darsi per vinti… Morire. Proprio ciò che sta accadendo esattamente dallo scorso anno in occasione di quello che si è rivelato come uno dei peggiori eventi stressanti degli ultimi tempi: il COVID-19. Davanti ad una situazione di emergenza come questa dove la priorità è stata ed è quella di limitare i contagi la vita degli anziani è stata messa a dura prova. L’isolamento sociale che ha visto limitare le visite dei familiari e degli altri significativi ha avuto conseguenze devastanti per questa particolare fascia di popolazione. Addirittura per i pazienti ricoverati nei reparti ospedalieri o nelle RSA il contatto con altri è stato reso impossibile, fatta eccezione per gli operatori sanitari bardati dalle loro tute protettive. Cosa ha comportato tutto questo e sta ancora comportando? Sicuramente c’è stato nelle persone affette da malattie neurologiche ad es. la demenza, un aumento di sintomi quali ansia, depressione e angoscia, apatia, disturbi del sonno e aumento dello stato di allerta, nello stesso tempo si è verificato un drastico cambiamento anche in quella parte di anziani autonomi e tutto sommato ben inseriti nel loro ambiente sociale e relazionale che li ha portati verso una condizione di fragilità e la solitudine, diretta conseguenza dell’isolamento, potrebbe esserne stata una delle principali cause. Certo, abbiamo tentato di trovare mezzi alternativi per superare la barriera dell’isolamento che hanno portato alla nascita di “nonni virtuali” attaccati agli schermi di tablet e telefonini per un saluto fugace ai propri cari e che sono serviti a mantenere legami e mettere delle toppe, non fermiamoci dal cercarne ancora altri, però,  così che per il futuro i nostri anziani possano contare su un migliore sistema di prevenzione, cura e supporto che non li lasci soccombere ma assicuri loro la dignità e il valore che meritano.

Di Lena Vuono, psicologa e psicoterapeuta, PsicologiaFirenze.it

 

Riferimenti Bibliografici

Chattat R., L’invecchiamento processi psicologici e strumenti di valutazione, Roma, Carocci Editore, 2009

Jovanotti quando sarò vecchio

https://bit.ly/3drQKSg

https://bit.ly/3uX3CFS

https://bit.ly/32nKFQi

https://bit.ly/2P4wyN2


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