INCONTRI DI PSICOLOGIA – Carpe diem (ovvero l’arte di accontentarsi)

8 Marzo 20215min199
Psicologia quotidiana carpe diem

Appesa ad una bancarella nel cuore di Napoli, una maglietta azzurra recita “Carpe diem” e sotto la parafrasi in napoletano “Pìgliate ò buòno quanno vene, ca ò malamente nun manca maie”.

Questo frammento riesce a cogliere in senso pratico e disilluso il verso di Orazio che, letto nella sua interezza (“carpe diem, quam minimum credula postero”) invita anche a non contare sul futuro in quanto imprevedibile.

Nel mondo d’oggi, costantemente immerso nella spinta al domani, al guardare al futuro, oltre, più in là di dove siamo, dove la questione non è cosa abbiamo ma cosa potremmo avere se solo ci impegnassimo di più, producessimo di più, migliorassimo noi stessi, le parole del filosofo potrebbero servirci come promemoria.

Eppure gli antichi adagi spesso tentavano di suggerirci “stai nel presente”. Meglio un uovo oggi. E poi “chi si accontenta, gode”.

Chi si accontenta, appunto. Parola che nella lingua italiana ha assunto sempre più una colorazione grigia. Accontentarsi è diventato portatore della rinuncia e della resa, di chi, senza attendere la splendida torta decorata che il domani potrebbe regalare, china il capo a raccogliere le briciole del presente (“per paura del ridicolo, mi chino a raccogliere un fiore” farebbe dire Rostand a Cyrano).

A ben pensare, però, la radice è la stessa del termine “contento”, che suona tutt’altro che mesto. Ed entrambi derivano dal latino contĕntus, participio di contìnere, contenere. Ed essere contenuti è una delle cose più significative della nostra vita. Ha a che fare con l’abbraccio, con il senso di protezione, con la prevedibilità. E quindi chi è conten(u)to, chi si accontenta, può davvero godere.

L’abbraccio e la protezione richiamano alla mente l’immagine di una madre e un bambino. La reciprocità, lo sguardo, lo scambio. Donald Winnicott parlava di holding, non tanto e non solo come contenimento fisico, ma come capacità di contenimento delle angosce del figlio (tema su cui concordano in molti, ad esempio Bion). E fiumi d’inchiostro si sono spesi sulla definizione di madre sufficientemente buona (good enough), che è proprio colei in grado di fornire il necessario holding. Non perfetta, non performante, non iperpresente: sufficiente. Soddisfacente. Non è una madre che si annulla per il figlio, che rende perfetta e inscalfibile la sua vita (e il suo senso di onnipotenza), ma che dosa in modo sufficientemente equilibrato la cura in base alla capacità del bambino di “tollerare i risultati della frustrazione”.

La sensazione di non essere -o che l’altro non sia- mai abbastanza (never good enough) ha a che fare con la ricerca della perfezione la quale, come ama dire un mio amico e collega, è l’ultimo gradino di una scala circolare e di cui, di fatto, non è possibile raggiungere la cima.

Quando Machiavelli scriveva “la natura ha creati gli uomini in modo che possono desiderare ogni cosa, e non possono conseguire ogni cosa” richiama esattamente questa imperfezione, la limitatezza che ognuno di noi vive e vorrebbe non vivere. Ma con cui dobbiamo fare i conti.

Fare i conti con il limite, per dirla con Adler, ha però a che fare anche con la speranza. Essere contenti di ciò che abbiamo, di ciò che sappiamo e riusciamo a fare, non significa abbandonare qualsiasi ipotesi di cambiamento o miglioramento. E’ però importante che questa spinta sia ben piantata su ciò che abbiamo. Che dal nostro promontorio sia possibile scrutare l’orizzonte in cerca e in ascolto di ciò che desideriamo. Differentemente, se l’oggi è solo un ostacolo da superare in una moto senza riposo (e verso dove? Chissà!), soffermarci a chiederci se siamo contenti non è neanche un’opzione considerabile.

In questo periodo di corsa all’oro, il tempo dell’attesa, del saper stare fermi, è vissuto con grande disagio. Sembra di perdere istanti preziosi, nell’affannosa ricerca di senso. Dimentichiamo che spegnere il motore, deporre le armi, chiudere gli occhi, sono modi di entrare in contatto con noi stessi proprio perché smettiamo di guardare altrove. Forse vale la pena fermarsi, un minuto può essere sufficiente. A chiederci perché ci è così difficile rallentare, sostare, attendere, guardare ciò che abbiamo. E riuscire, per quel minuto, ad accontentarci.


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