INCONTRI DI PSICOLOGIA – Covid-19: zone rosse, quarantena e salute mentale. Cosa possiamo attenderci?

18 Novembre 202011min174
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Sono tante le persone che già in occasione della “prima ondata” del cosiddetto Covid-19 (acronimo dell’inglese COronaVIrus Disease 19) o “malattia respiratoria acuta causata da virus SARS-CoV-2 appartenente alla famiglia dei coronavirus” si sono chieste quali sarebbero stati gli effetti delle restrizioni annunciate sulla qualità della vita, sulla salute e sulla salute mentale in particolare.

Chi scrive, ad esempio, essendosene occupato per la propria tesi di specializzazione, si è subito ricordato di certi esperimenti di isolamento e confinamento a lungo termine, svolti durante e dopo la guerra fredda, finalizzati soprattutto a determinare dei parametri di gestione del rischio in missioni spaziali di lunga durata (dove nella definizione dei ricercatori con “lunga durata” si intende un periodo maggiore di almeno tre settimane, sei settimane per altri studiosi). I resoconti includevano esperienze di isolamento volontario in cavità ipogee (grotte), missioni sottomarine di personale militare navale, spedizioni artiche e antartiche e, ovviamente, prime simulazioni e missioni spaziali.

Mi è rimasta particolarmente impressa la riflessione dell’astronauta Jurij Gagarin e del medico e psicologo Vladimir Lebedev quando nell’opera La psicologia e il cosmo (1969) scrissero di un esperimento durato 70 giorni a cui avrebbero partecipato un medico (Burgov), un ingegnere (Smiričevkij) ed un giornalista (Tereščenko).  Un’autonarrazione condotta dagli stessi avrebbe descritto la percezione del tempo trascorso come vissuto ad un ritmo “febbrile ma molto monotono” dovuta alla carenza di svago, stanchezza come probabile concausa ma anche effetto della monotonia, deperimento fisico e psicologico dei partecipanti (dimagrimento e arrossamenti oculari, uno sguardo che “ha perduto la serenità”), irritabilità, demotivazione lavorativa, percezione di fatica, noia e desiderio di fuga. Gagarin e Lebedev citano anche alcuni brani dei diari tenuti dai medici Kukišev e Gavrikov, che trascorsero 45 giorni in isolamento: il 29° giorno Kukišev scrive: “Tutto cambia: l’umore, le percezioni, l’atteggiamento, le sensazioni, le capacità lavorative e se si trascura di annotare subito il momento in cui ciò accade, non si riesce più,  in seguito, a ricordarlo” (pag.120).

C’è un parallelismo anche con gli allora attualissimi quanto pioneristici studi del geologo e speleologo Michel Siffre. Gavrikov si rispecchia in dettagli narrati nell’esperienza di confinamento di Siffre, in particolare per alcuni aspetti del vissuto in relazione alla memoria nel suo 32° giorno di confinamento sotterraneo. Percepisce in relazione al tempo trascorso una sorta di permanente dissoluzione del ricordo dei giorni e una progressiva riduzione di questi in un concetto astratto. Da qui fortunatamente la lettura di libri come principale passatempo, antidoto contro la noia e l’apatia, si svelerà essere attività fondamentale tra gli speleonauti in condizioni di lungo confinamento come Michel Siffre e il nostro compianto Maurizio Montalbini ebbero a indicarci in seguito.

I resoconti descritti naturalmente ci parlano di condizioni assai estreme poste a confronto con l’attuale situazione di restrizione (dichiarata o implicita) cui siamo sottoposti. Le esperienze di isolamento e confinamento descritte trattano casi individuali o di gruppo caratterizzate da scarsa autonomia di scelta sia in termini di spostamento (trattasi di spazi che si riducevano sempre agli stessi locali, che si tratti di grotte, sottomarini o simulatori spaziali), interazioni sociali assenti o ridotte a membri appartenenti sempre allo stesso gruppo (inferiore alle dieci persone), mezzi di supporto alla nostra necessità di stimoli sensoriali assai ridotti rispetto alle attuali possibilità di diversificare (leggere libri, guardare film, connettersi ad internet o ad uno smartphone per leggere o partecipare a una videoconferenza).

Con l’istituzione delle “zone rosse” siamo sottoposti ad un livello assai inferiore di isolamento in termini di interazione sociale rispetto a quanto detto e a un livello superiore in termini spaziali rispetto a quello di gruppo. Possiamo parlare con il vicino di casa (sempre che ci stia simpatico e che il sentimento sia ricambiato), portare il cane al giardino (sempre se ne possediamo uno), andare al supermercato più vicino (sperando magari di incontrarvi qualcuno di gradito o prodigandosi per farlo). Il tutto entro i confini del comune di residenza salvo particolari eccezioni e sempre con la “mascherina protettiva” (il cui uso abituale  in termini medici, psicologici ed educativi meriterebbe una riflessione e un approfondimento a parte).

Un isolamento che per definizione potremmo chiamare “comunitario”. Ciò naturalmente non è vero per coloro che hanno dovuto subire l’esperienza della quarantena per un tampone positivo o di un isolamento preventivo.

Vediamo quindi cosa sappiamo fino ad oggi circa gli effetti di una privazione di questo tipo.

Lungimirante e attualissimo quanto espresso dalla ricercatrice Samantha Brooks e collaboratori sulla rivista scientifica Lancet già a febbraio 2020 (“L’impatto psicologico della quarantena e come ridurlo”). Lo studio, redatto presso il Dipartimento di Medicina Psicologica del King’s College di Londra, è una review di 24 diverse pubblicazioni ottenute attraverso tre differenti database di ricerca sulle quarantene.

Si è scoperto ad esempio che personale ospedaliero messo in quarantena perché potenzialmente venuto a contatto con la SARS ha mostrato significativamente più probabile la presenza di esaurimento, distacco dagli altri e ansia. Quando si è trattato di dover interagire a distanza di tempo con pazienti febbrili il personale, seppur addestrato professionalmente, ha mostrato irritabilità, insonnia, scarsa concentrazione e indecisione, peggioramento delle prestazioni lavorative, riluttanza a lavorare o la presa in considerazione di dimissioni. Sempre a distanza di tempo dalla quarantena (tre anni) si è potuto notare lo sviluppo di dipendenza da alcolici o sostanze stupefacenti in personale ospedaliero che non ne aveva mai fatto uso.

Un altro studio su personale ospedaliero ha esaminato sintomi della depressione tre anni dopo l’attivazione in reparto di una quarantena e ha trovato che il 9% del campione ha riferito sintomi depressivi elevati; di questi circa il 60% era stato sottoposto a quarantena sulla propria pelle.

Confrontando sintomi di stress post-traumatico in genitori e bambini posti in quarantena con altri non in quarantena si è scoperto che i punteggi medi dello stress post-traumatico erano quattro volte più alti nei test per i bambini che erano stati messi in quarantena rispetto a quelli che non vi erano stati messi. Il 28% dei genitori messi in quarantena ha riportato sintomi sufficienti a giustificare la diagnosi di un disturbo mentale traumatico rispetto al 6% dei genitori che non sono stati messi in quarantena.

Studi su sintomi di disagio e disturbo psicologico che hanno preso in esame soltanto coloro che erano stati messi in quarantena hanno mostrato: disturbo emotivo, depressione, stress, insonnia, sintomi di stress post-traumatico, rabbia, esaurimento emotivo, con una netta prevalenza di basso umore e irritabilità.

Persone messe in quarantena per essere state a stretto contatto con persone potenzialmente affette da SARS hanno riportato paura (20%), nervosismo (18%), tristezza (18%), senso di colpa (10%). Pochi hanno riferito sentimenti positivi: Il 5% ha riportato sentimenti di felicità e il 4% ha riportato sentimenti di sollievo. Gli studi qualitativi hanno anche identificato una serie di altre risposte psicologiche alla quarantena come confusione, rabbia, dolore, intorpidimento, insonnia indotta dall’ansia.

La messa in quarantena è stata associata in modo significativo a successivi comportamenti di evitamento. In uno studio, il 54% di persone messe in quarantena ha successivamente evitato persone che tossivano o starnutivano, il 26% ha evitato luoghi chiusi affollati e il 21% ha evitato tutti gli spazi pubblici nelle settimane successive al periodo di quarantena. Risultati provenienti da un’altra ricerca hanno sottolineato cambiamenti comportamentali a lungo termine come un vigile lavaggio delle mani e un duraturo evitamento della folla. Per alcune persone precedentemente poste in quarantena, il ritorno alla normalità è stato ritardato di molti mesi.

I ricercatori concludono: “che l’impatto psicologico della quarantena è ampio, sostanziale e può essere di lunga durata.

Ciò non significa che la quarantena non debba essere utilizzata; gli effetti psicologici del mancato utilizzo della quarantena e del fatto di permettere la diffusione delle malattie potrebbero essere peggiori. (…) Tuttavia, privare le persone della loro libertà per il bene pubblico in generale è spesso controverso e deve essere gestito con attenzione. Se la quarantena è essenziale, i nostri risultati suggeriscono che i funzionari dovrebbero prendere tutte le misure necessarie per garantire che questa esperienza sia il più tollerabile possibile per le persone. Questo può essere ottenuto dicendo alla gente cosa sta succedendo e perché, spiegando quanto tempo continuerà, fornendo attività significative da svolgere durante, (…) fornendo una comunicazione chiara, assicurando la disponibilità di forniture di base (come cibo, acqua e forniture mediche) e rafforzando il senso di altruismo che la gente dovrebbe, giustamente, sentire. I funzionari sanitari incaricati di attuare la quarantena, che per definizione sono in servizio e di solito con una ragionevole sicurezza del posto di lavoro, dovrebbero anche ricordare che non tutti si trovano nella stessa situazione. (…)”

Dr. Mirko De Vita  (Docente e Formatore, Specialista in Psicologia Sociale e Cognitiva)

 


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