INCONTRI DI PSICOLOGIA – Il gioco nei primi anni di vita

17 Maggio 20217min140
Il gioco nei primi anni di vita

Fin dai primi anni di vita bambini e bambine occupano buona parte della loro giornata giocando; giocano dovunque si trovino e non appena ne abbiano la possibilità, da soli o in compagnia: cosi esplorano il mondo che li circonda, imparano a conoscerlo, a trasformarlo e a comunicare.

Le forme ludiche tipiche dei primi tre mesi di vita, riguardano l’attività delle mani e dei piedi o anche scambi di sguardi e di suoni che intercorrono con gli adulti durante il cambio, ad esempio, dopo i pasti o al risveglio.

Man mano che crescono il loro interesse si rivolge oltre che alle persone che fanno parte della loro famiglia anche alle cose che li circondano. I primi giocattoli sono, infatti, gli oggetti che manipolano, gettano a terra e poi riprendono, portano in bocca e lasciano cadere nuovamente per poi riappropriarsene con gioia poco dopo.

Seguono, quindi, i giochi che riguardano la scomparsa e la ricomparsa: “cucù!” o “bubusettete! ”in cui generalmente l’adulto si nasconde il volto con le mani per poi mostrarlo subito dopo con un’esclamazione che li sorprende e diverte. Giochi questi che sono stati ritenuti di fondamentale importanza perché abituano a prendere dimestichezza con quella che in psicologia viene definita permanenza dell’oggetto: anche quando non si vede una cosa o una persona continua ad esistere!

A partire dai sei mesi il gioco occupa sempre più spazio nella giornata dei bambini e delle bambine che cominciano ad interessarsi alle forme, ai suoni e ai colori: iniziano a paragonarli e a distinguerli fra loro, a creare e a modificare, ad esempio strappando carta, scarabocchiando o nascondendo le cose e questo solo per puro piacere.

Dopo i giochi di percezione ed esplorazione arrivano quelli che riguardano “l’avere” e il “tenere” in cui l’interesse si rivolge a contenitori, cesti, scatole che vengono riempiti, svuotati, portati in giro; a seguire emergono i giochi del “fare”: puzzle e lego, ad esempio, dove alla gioia di costruire si alterna quella di demolire e ricostruire nuovamente.

Dai due anni compaiono i giochi simbolici in cui gli oggetti possono trasformarsi in tutto ciò che serve per continuare a giocare e a tre anni quelli di finzione in cui bambini e bambine interpretano ruoli e si identificano con qualunque cosa la fantasia suggerisca loro: diventano allora principi e principesse, cavalieri, dottori e dottoresse, animali o supereroi e tanto altro ancora imparando così a vedere il mondo da un’altra prospettiva.

Fondamentale da questo momento in poi il loro impegno nel crearsi le regole del gioco per poi magari trasgredirle, aggirarle o cambiarle in corso d’opera.

Alla luce di quanto detto, quali sono le caratteristiche psicologiche rintracciabili nel gioco?

Gli psicologi dello sviluppo ne hanno individuato sei, vediamo quali:

Motivazione intrinseca: bambini e bambine giocano semplicemente per il piacere di farlo: non esistono pressioni esterne o attese sociali che inducano l’attività ludica;

Priorità dei mezzi sul fine: la cosa più importante è decidere come giocare: quale scenario? Quali i ruoli? Quali i materiali? Non esistono sconfitte né insuccessi, i problemi che possono verificarsi giocando diventano nuove occasioni per scatenare la fantasia;

Dominanza dell’individuo rispetto alla realtà esterna: “cosa posso fare con quest’oggetto”? Ecco quindi che il gioco, in seguito all’esplorazione dell’ambiente circostante, stimola l’ immaginazione svincolandosi dalla realtà;

Non letteralità del gioco: quanti sono i significati possibili attribuibili a cose o oggetti?Ogni volta è possibile verificare, negoziare e rinegoziare di nuovo venendo a patti con la realtà;

Libertà dai vincoli: solo dopo aver trovato un accordo sulle regole del gioco è possibile giocare insieme;

Coinvolgimento attivo dei giocatori: ogni gioco per i bambini e le bambine interessati è un impegno che ovviamente cambia a seconda del tipo di attività, del contesto e della forma; così ad esempio, se a 4 mesi osservare mani e piedi in continuo movimento durante un gioco di esercizio è un’attività considerevole, per un bambino più grande la costruzione di scenari fantastici in cui far agire per finta vari personaggi potrebbe a prima vista sembrare più passiva (ovviamente il carattere attivo del gioco va distinto opportunamente da altri stati più passivi, quali l’ozio ad esempio, che sono altrettanto tipici dell’età infantile).

Ecco quindi, che nelle sue varie manifestazioni il gioco è non solo un piacere ma certamente un’esperienza che porta ogni volta ad una diversa forma di conoscenza di sé e degli altri.

Giocare, in sostanza vuol dire imparare a essere e a vivere sia da soli che in comunità; significa anche scoprire altri linguaggi, venire in contatto con difficoltà sconosciute da superare e con nuovi interessi da indagare.

Quale migliore definizione di gioco quindi, se non quello di porta per padroneggiare ciò che nella realtà appare impossibile trovando così un margine di libertà e un’ illusione di potere?

Di Lena Vuono, psicologa e psicoterapeuta PsicologiaFirenze.it

 Bibliografia

 Baumgartner E., il gioco dei bambini, Roma, Carocci Editore, 2012

Dolto F., i problemi dei bambini, Milano, Oscar Mondadori,1996

 


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