INCONTRI DI PSICOLOGIA – Mascherine: una storia perversa

16 Dicembre 202011min122
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A quali effetti psicologici può portare l’uso prolungato delle misure restrittive e in particolar modo quello delle mascherine?

Imposta dallo stato di emergenza stabilito per la pandemia del Covid-19 come la principale tra le tante misure da rispettare e condurre a titolo di responsabilità personale per l’attenuazione del rischio, la mascherina con il suo uso continuato ha posto in uno stato di acquiescenza e conformismo la maggior parte di noi relegando agli angoli più bui domande “antipatiche” che occasionalmente sorgono tra i più audaci (o impudenti, ma certamente non avventati e incoscienti a meno che si voglia giudicare come “irresponsabile” chiunque si ponga dubbi o interrogativi).

Acquiescenza e conformismo sono aspetti del comportamento tra i più affrontati nella psicologia sociale. Dallo studio dei comportamenti degli impiegati in azienda sino a quello dei cittadini nelle grandi dittature come fascismo e stalinismo,  hanno rappresentato curiosità e cruccio tra i più grandi studiosi di storia, sociologia e scienza politica. In psicologia sociale il conformismo altro non è che una modificazione del comportamento che nasce da una pressione (reale o no) percepita nella persona da parte di un gruppo o dalla collettività in cui vive.

L’acquiescenza è un particolare tipo di conformismo dove il cambiamento del comportamento non è accompagnato da un cambiamento delle proprie convinzioni. A differenza della comune abitudine di usare la mascherina ben prima del Covid come pratica preventiva nel Sol Levante (quanti di noi negli anni passati si sono chiesti perché i turisti giapponesi in visita avessero quella strana usanza), in Italia la si è sperimentata a livello di massa solo con coercizione, che per definizione altro non è che l’influenza sociale in cui il destinatario non ha possibilità di scegliere.

Che lo si creda o no, sono tutte dinamiche che in linea di principio eravamo già portati a sperimentare nella vita di tutti i giorni, dalle scelte condivise con la propria partner, a decisioni imposte al lavoro, a leggi e regolamenti dettati da Stato e società dove viviamo. A parte una coercizione sul comportamento negli spazi pubblici, che dall’avvento di regimi non democratici non la si era più vissuta in termini così pervasivi (e che sembra spingersi ai bordi della nostra dimensione privata con le “indicazioni sui comportamenti domestici natalizi”), molti individui seguono il più diffuso tra i fenomeni di conformismo, la moda, e arrivano persino all’acquiescenza di acquistare un particolare tipo di abito perché “di tendenza” anche se non lo indosseranno mai.

Dunque la coercizione sembra la pillola più inaccettabile da inghiottire e più volte, tornati a casa e tolta la mascherina, ci chiediamo quanto tutto questo sia realmente necessario fino al prossimo bollettino di guerra a cura del Ministero della Salute su telegiornali nazionali. Qui infatti c’è uno stato di emergenza sanitaria e occorre proteggere i cittadini più deboli dal rischio di contrarre un virus e poter finire in reparti ospedalieri con risorse limitate o insufficienti (già pesantemente minate dai tagli alla sanità dei precedenti governi che in un paese che non cresce da anni ci si chiede quale futuro avranno). O meglio, occorre ridurre il rischio che i cittadini possano contrarre questo virus. Poiché, lo ricordiamo, mascherina, disinfettante, rispetto delle distanze, evitamento di assembramenti e saluti con il gomito sono solo tentativi di attenuazione del rischio, non misure di protezione. E infine, ultimo ma non meno importante, l’ormai noto studio danese dell’ospedale universitario di Copenhagen (novembre 2020) (https://www.rigshospitalet.dk/presse-og-nyt/nyheder/nyheder/Sider/2020/november/dansk-studie-er-nu-offentliggjort.aspx) che si aggiunge ad altri sulla bassa efficacia delle mascherine chirurgiche su chi le indossa, se non sulla mancanza di prove circa l’efficacia dell’uso universale delle mascherine da parte di persone sane in comunità per prevenire l’infezione da virus respiratori, COVID-19 compreso, e il rischio che creino un “falso senso di sicurezza” come espresso inizialmente dal direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Dr. Tedros Adhanom (https://www.msn.com/en-us/money/technology/who-director-warns-masks-can-create-a-false-sense-of-security/ar-BB156hvN). Per poi vedere la stessa OMS cambiare “indirizzo” il che, per citare Biagio Simonetta su Il Sole24Ore, ha portato molti a chiedersi “se l’istituto specializzato dell’Onu per la salute sia veramente attendibile, e quante colpe possono essergli attribuite rispetto al contenimento del coronavirus” (https://www.ilsole24ore.com/art/dalle-mascherine-guanti-giravolte-oms-questa-pandemia-ADg1tMY).

E qui si pone la spinosa questione tra ricerca scientifica e scienza di Stato (ovvero quella di rappresentanti tecnici e non tecnici, istituzioni e metodi, scelta da governi per attuare le proprie politiche sanitarie e non solo).

Sappiamo da uno studio scientifico di Samantha Brooks e collaboratori, pubblicato sulla rivista Lancet (2020) e discusso nel nostro precedente articolo (https://inscandicci.it/incontri-di-psicologia-covid-19-zone-rosse-quarantena-e-salute-mentale-cosa-possiamo-attenderci/), che la messa in quarantena ad esempio è stata associata in modo significativo a successivi comportamenti di evitamento. In uno studio, il 54% di persone messe in quarantena ha successivamente evitato persone che tossivano o starnutivano, il 26% ha evitato luoghi chiusi affollati e il 21% ha evitato tutti gli spazi pubblici nelle settimane successive al periodo di quarantena. Risultati provenienti da un’altra ricerca hanno sottolineato cambiamenti comportamentali a lungo termine come un vigile lavaggio delle mani e un duraturo evitamento della folla. Per alcune persone precedentemente poste in quarantena, il ritorno alla normalità è stato ritardato di molti mesi.

Oggi, con un uso pressoché continuo della mascherina salvo più o meno brevi parentesi domestiche non siamo più abituati a vedere sorrisi e altre espressioni delle persone. Cominciamo a capacitarci meno del feedback, delle reazioni dei nostri interlocutori a ciò che diciamo (e viceversa, naturalmente). Con i nostri più cari amici agiamo di intuito ma ci soffermiamo forse più spesso di prima sui loro sguardi nella speranza di cogliere un indizio di assenso o di attenzione verso ciò che stiamo esprimendo. Stiamo mettendo in difficoltà un processo naturale, quello di riconoscimento delle emozioni mediante l’analisi del volto che è parte di un sistema di comunicazione non verbale vecchio di milioni di anni e che abbiamo imparato ad adottare filogeneticamente (da quando non eravamo ancora uomini) e ontologicamente (da quando individualmente siamo venuti al mondo, alla nascita) (https://it.wikipedia.org/wiki/Paul_Ekman).

Se ci pensiamo la mascherina rappresenta un grado di separazione in più tra noi e il mondo esterno. Nelle sue versioni più diffuse, è un debole filtro contro nuove minacce che un mondo complesso ci mostra ma è un muro invalicabile per tutte le persone di buona volontà che credono di poter dare il loro contributo (ostacolando le loro esalazioni) al non diffondersi del virus (da qui un permanente auto-condizionamento all’idea di fondo che possiamo essere o essere considerati continuamente dei potenziali untori, proprio come nella peste di Milano del 1630).

Il saluto con una stretta di mano sembra avere più di cinquemila anni (geroglifici egiziani lo dimostrerebbero) e adesso viene visto con diffidenza, come se quel palmo fosse diventato un calderone di germi e batteri (quando con tutta probabilità rileverebbe ad attento esame microscopico almeno tre strati di amuchina, visto che ovunque andiamo ci viene imposta la disinfezione con gel).

L’abbracciarsi in pubblico e con persone esterne alla nostra cerchia degli affetti più profonda è diventato impensabile e un semplice bacio sulla guancia tra vecchi compagni di scuola incontratisi sul passeggio della città un racconto al limite della fantascienza.

Senza scomodare i risultati degli studi sul condizionamento animale svolti dal celebre fisiologo russo Pavlov (https://it.wikipedia.org/wiki/Ivan_Pavlov) resta da chiedersi: questo nuovo assetto di usi e costumi di epoca Covid porterà effetti permanenti sulle nostre abitudini? Quanto potrà influire o aver già influito sulla spontaneità e sul modo di esprimere i sentimenti di molte persone? Potrà arrivare a condizionare almeno in parte la nostra propensione a esprimere sentimenti? Ci condizionerà al punto che ci sentiremo meno amati perché non riceveremo più manifestazioni quando conosceremo qualcuno o quando lo rincontreremo per strada?

Queste forse alcune delle nuove quotidiane sfide che ricercatori e psicologi come operatori del benessere potranno presto trovarsi ad affrontare. Con il lungo e complesso compito di decostruire i contenuti negativi delle narrazioni che incontreranno dando loro un nuovo senso e rendere ai loro pazienti una migliore qualità di vita.

Dr. Mirko De Vita (Docente e formatore, specialista in Psicologia sociale e cognitiva)

 


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