CULTURA E STORIA DI SCANDICCI – La Pieve di San Giuliano a Settimo, la chiesa più antica di Scandicci

9 Luglio 20218min321
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La Pieve di San Giuliano a Settimo è, in assoluto, una delle chiese più antiche di Scandicci e della nostra regione. 

Ferdinando Ughelli, un erudito fiorentino del XVII secolo, nella sua Italia sacra, fece risalire, erroneamente, la prima notizia relativa alla pieve di Settimo, al 723 d.C. (o 724 d.C., a seconda del calendario – ab incarnatione o meno), quando il vescovo Specioso donò al capitolo della cattedrale di Santa Reparata beni posti nel territorio di Settimo. È invece ritenuta più solida l’attestazione all’agosto dell’866 d.C. riportata dal santacrocese Giovanni Lami (XVIII secolo) nel suo Sanctae Ecclesiae Florentinae Monumenta. È probabile che il documento del vescovo Specioso sia stato confezionato dai canonici fiorentini per contrapporsi alla Badia di Settimo, che verso il 1048, quando la chiesa ottenne il suo aspetto attuale, stava rischiando di impadronirsi della zona grazie all’appoggio di Guglielmo dei conti Cadolingi (del resto la falsificazione dei documenti non era cosa rara nel Medioevo, basti pensare alla famosa Donazione di Costantino). 

Il piviere di Settimo si estendeva sia in pianura, sia in collina, a metà strada tra i moderni comuni di Firenze, Scandicci e Lastra a Signa. La collocazione fisica della chiesa è, per altro, non casuale: essa è posta in profonda relazione tra le due principali vie di collegamento del nostro Medioevo: la Via Quinctia (in epoca medioevale il suo tracciato fu ripercorso, in parte, dalla Via Pisana), costruita nel II secolo a.C. dal console Tito Quinzio Flaminio per collegare la colonia Florentia alla città portuale di Pisa, ed il fiume Arno.

In Toscana chiese come quella di San Giuliano se ne contano sulle dita di una mano. Come mai? Innanzitutto è opportuno analizzare il contesto storico nel quale l’edificio è nato: la chiesa è stata costruita in un periodo caratterizzato da una rinnovata religiosità, un miglioramento delle tecniche agricole e di un notevole sviluppo economico. Dopo l’anno Mille, il continente si dotò “d’un candido manto di chiese”, volendo citare il cronista Rodolfo il Glabro, laddove quel candidus rappresenta lo splendore e la novità: candido è il manto di chi riceve il battesimo e, di conseguenza, di chi ritorna in vita. In molte chiese dell’epoca. In molte chiese, dell’epoca, infatti, traspare un significativo ottimismo nei confronti del domani ed emerge una grande gioia nel costruire, ed è quindi commuovente veder rinascere l’architettura ponendo l’accento, desidero anticiparlo, su una ornamentazione discreta e al tempo stesso elegante degli esterni.

Passiamo adesso alla parte prettamente architettonica. Stilisticamente parlando San Giuliano è una chiesa romanica (anzi primo romanica o protoromanica, siamo quindi nella prima metà dell’XI secolo) ma esattamente che cosa significa? Il termine romanico, ovviamente, non veniva adoperato nel Medioevo; esso infatti è stato inventato all’inizio del XIX secolo da alcuni intellettuali anglo-francesi per indicare, soprattutto in ambito architettonico, un edificio che stava a cavallo fra un antico che non era più da tempo ed un gotico che non si era ancora sviluppato. Secondo altri studiosi, invece, ci sarebbe un rapporto molto stretto fra Romanico e Romanzo, termine, quest’ultimo, che ha a che fare con le lingue neolatine (come il francese, l’italiano, il castigliano o il rumeno); quindi, secondo questa tesi, le opere architettoniche ed artistiche dell’epoca “parlerebbero” un idioma romanzo. Il sarcofago romano (II secolo d.C.), conservato nel chiostro rinascimentale della pieve scandiccese, ci informa che il mondo romanico ha quasi sempre costruito su delle preesistenze; e quando il Romanico inventava qualcosa, lo ha fatto senza mai perdere di vista il rapporto col mondo antico, che continuava ad esercitare un fascino esauribile ed era altresì percepito come un mondo remoto e vitale al tempo stesso.  

Le tre absidi della pieve, databili al secondo quarto dell’XI secolo e confrontabili con quelle della chiesa di Sant’Angelo a Metelliano, presso Cortona, dovevano essere scandite da lesene terminanti a sostegno di coppie di arcate cieche con risega. L’abside centrale ha purtroppo perduto l’originario coronamento ad archetti, sostituito, forse nella prima metà del XII secolo, da una cornice a dentelli; invece le absidi laterali hanno mantenuto le monofore a doppia strombatura, l’archivolto a ghiera bicroma e la cornice a dentelli con terminazione a risega. Questi elementi li ritroviamo in molti edifici religiosi, situati in una sorta di “mezzaluna fertile” che, partendo da Barcellona, approda in Toscana, passando per Marsiglia e contemplando anche la Lombardia. Forse c’è stata una circolazione di maestranze, ma vorrei ricordare in questa sede che, all’epoca, l’Europa era uno straordinario laboratorio creativo ed omogeneo, sostanzialmente privo di confini; e questa rappresenta una grande lezione che dovremmo saper far nostra e rilanciarla in un momento storico in cui si assiste all’innalzamento di muri che non hanno ragion d’essere, laddove i muri del secolo XI (come quelli di San Giuliano) erano invece dei muri di dialogo e di grande crescita culturale,  e quindi grazie al bagaglio culturale e morale lasciatoci dal Romanico che, forse, potremo affrontare serenamente l’avvenire.

A cura di Leonardo Colicigno Tarquini, storico dell’arte medioevale.

Una delle absidi della pieve di San Giuliano a Settimo.


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