Mercati nel mondo: Africa Seconda Parte

15 Aprile 202012min684
zanzibar

KENYA – NAIROBI: Kariokor

Quando: Tutti i giorni, dalla mattina al tardo pomeriggio

Nairobi è piena di mercati e venditori ambulanti, provenienti dai quattro angoli del Kenya e pronti a esaudire ogni desiderio del turista medio. Se però volete qualcosa di speciale, che non sia il solito elefantino in legno o in pietra saponaria, è a Kariokor che dovete andare. Il mercato, gremito a tutte le ore del giorno, si trova nei pressi di Ngara Road, nel cuore dei quartieri popolari della città. Qui si produce e si vende di tutto: principalmente si ricicla e si trasforma, con ingegno e fantasia. I copertoni usati diventano secchi per l’acqua e indistruttibili ciabatte (8000 chilometri di marcia garantiti, un euro al paio). I rottami di ferro si trasformano in graziosi giocattoli: camion, auto e motociclette, con sterzo funzionante e finestrini in autentico vetro; aeroplani muniti di elica e carrello rientrante; taxi collettivi completi di carico e passeggeri miniaturizzati come si conviene. Le lamiere arrugginite, opportunamente piegate battute e unite da saldature, prendono la forma di uccelli e animali della savana, ma anche di valigie e bauletti da viaggio, di ogni colore e dimensione. Gli orecchini da 50 centesimi, dalle fogge più svariate ed eleganti, sono invece ricavati dalle lattine, oppure dai tappi delle bottiglie di birra appiattiti e forati. Belle le borse di sisal e fibra di baobab, ancor meglio quelle fatte di sacchetti di nylon ritorti e finemente intrecciati (dai due euro). Il reparto tecnologia e accessori è stupefacente: ecco la valigetta in bambù fatta apposta per contenere il vostro laptop (12 euro o giù di lì); le custodie per i cellulari in cuoio, paglia e perline di vetro (magnifici, che si possono acquistare per due euro l’uno); il forno solare pieghevole in cartone e stagnola (cuoce le patate in meno di un’ora, otto euro scontato). A Kariokor lo shopping è ancora un’avventura: la scoperta di un nuovo esotico africano, carico di energia Vitale, bellezza e originalità.

CAMERUN: Tourou

Quando: Il giovedì, meglio tarda mattinata e primo pomeriggio

II villaggio di Tourou è adagiato sull’orlo dell’altopiano del Camerun, che in quel punto precipita bruscamente sulle pianure sottostanti, il confine con la Nigeria è a due passi. Si dice che il suo mercato sia uno dei più belli della regione. Certo è autenticamente africano e allo stesso tempo cosmopolita, punto d’incontro delle diverse etnie che abitano la zona. La varietà delle merci esposte è incredibile, i prezzi allettanti. L’angolo dei fabbri, per esempio, può riservare piacevoli sorprese. Tra le zappe e i falcetti di produzione moderna potreste trovare strani artefatti di ferro forgiato, dalle forme più bizzarre. Come tridente, fiaccola, fuso, magari ornati di teste di serpente stilizzate: non sono strumenti di lavoro, bensì oggetti usati in passato come moneta. Riconoscerne la qualità non è difficile, poiché il metallo nel tempo ha assunto un’inconfondibile patina bruna e quasi non presenta punti di ruggine. Con un pizzico di fortuna, per 20 euro, potreste portarvi a casa una rarità. Costi ancor più ridicoli (da uno a tre euro) hanno le bellissime zucche, tagliate a metà e tinte di rosso cupo, che le donne hidè usano come cappello. Ma non comprate a caso, guardate le decorazioni, fatevi spiegare cosa significano da chi le vende: la scacchiera a quadretti bianchi e neri raffigura il pendente della collana matrimoniale, i due triangoli sovrapposti rappresentano il tam-tam che viene usato nelle cerimonie, mentre le linee a zigzag possono significare sia la strada che porta al villaggio sia l’ascia rituale. Oppure ancora la parte inferiore di una conchiglia ciprea, emblema della fertilità femminile. E avanti così. Con un po’ d’impegno e attenzione, vi troverete in breve tra le mani l’universo hidè, tradotto in simboli. Il mondo in una zucca, e per giunta con quattro soldi.

TANZANIA – ZANZIBAR: Darajani

Quando: Tutti i giorni, meglio la mattina

Chiodi di garofano, vaniglia, cannella, noce moscata, zafferano, cardamomo, coriandolo, pepe nero, bianco e verde. E poi tamarindo, citronella, peperoncino, zenzero, cumino e via così. L’elenco delle spezie che si trovano a Zanzibar è interminabile: in poche parole, tutte quelle che conoscete e molte di più. Dove acquistarle? Al mercato di Darajani, a Stone Town, la cosiddetta città di pietra. Ovvero la capitale dell’arcipelago. Se non siete esperti è impossibile riconoscere le diverse qualità di una certa spezia, quindi lasciatevi guidare dal venditore. Non ha nessun interesse a fregarvi, anche se sa benissimo che le spezie siete abituati a vederle in bustine di plastica, di solito già polverizzate. Bene, questa è appunto la prima regola: compratele intere, conservatele in contenitori ermetici e al riparo dalla luce. Solo così manterranno la fragranza originaria al momento dell’uso. Secondo accorgimento: evitate le miscele già pronte, probabilmente costituite di scarti (esempio: al posto della noce moscata ci sarà il macis, cioè la rete che avvolge il seme, molto meno pregiato). Terzo, non fatevi rifilare della curcuma al posto dello zafferano: il potere colorante è lo stesso, ma l’aroma no. Anche in questo caso comprate i pistilli essiccati del fiore e non il macinato. In ogni caso non potete fare grandi errori: i prezzi sono ridicoli, anche per la vaniglia (ovviamente in baccelli essiccati), una delle spezie più costose. Con 10 euro si possono prendere due mazzetti, sufficienti per profumare la vostra cucina per un intero anno. Nel caso intendiate rifornirvi in modo massiccio sappiate che tradizionalmente le bacchette di vaniglia si conservano nello zucchero: funziona. Una stravaganza: qualcuno potrebbe proporvi un sacchettino di udi, una miscela di aromi che le signore zanzibarine mettevano a fumigare sotto la sedia, in previsione di incontri galanti. Non disdegnatelo, provare non costa nulla.

MADAGASCAR – ANTANARIVO: Marchè de La Digue

Quando: Tutti i giorni, da mattina a sera

Africa, Oriente e Mondo Arabo: le molte anime del Madagascar si riflettono puntualmente nella ricchezza e varietà dei prodotti artigianali. Tutti in bella mostra sulle bancarelle del Marchè de La Digue, a circa tre chilometri di distanza dal centro di Antananarivo, la capitale dell’isola-Stato. Non fatevi confondere dalle sculture in legno e dalle pietre lavorate, se pur di pregevole fattura. Alla Digue c’è di meglio. Come i tessuti tradizionali: in seta, rafia e cotone. A prezzi stracciati, considerando la qualità del lavoro e delle materie prime. Con poco o nulla potrete riempire la valigia di borse in rafia intrecciata, tinte a colori vivaci e guarnite di cinghie in cuoio di zebù (dai 3 euro l’una). Ridicolo è anche il costo delle tovaglie in cotone, tessuto e ricamato rigorosamente a mano. Un telo di oltre due metri per uno e mezzo, decorato con motivi floreali o scene di vita quotidiana, vale sul mercato locale non più di 10-15 euro, tovaglioli compresi. Ma è la seta, soprattutto, che merita attenzione, perché diversa da tutte le altre: il filato proviene, infatti, dai bozzoli di una particolare specie di baco, che vive allo stato selvatico nelle foreste del Madagascar centrale. Il tessuto che se ne ricava, chiamato localmente lamba, è di qualità superiore sia per lucentezza sia per resistenza. Se ne fanno sciarpe e scialli, tinti con pigmenti vegetali o minerali. Il prezzo? Dai 20 euro a pezzo in su. La seta si riconosce a occhio, ma se volete sottoponete la fibra alla prova del fuoco: l’odore è quello dei capelli bruciati. Inconfondibile. E non preoccupatevi di far danni all’ecosistema: visto che a raccolta dei bozzoli avviene solo dopo la fuoriuscita della farfalla, i vostri acquisti non mettono neanche in pericolo la sopravvivenza della specie. Anzi, contribuirete alla salvaguardia dell’ambiente in cui vive.

SUDAFRICA – JOHANNESBURG: Rosebank

Quando: Domenica, dalle 9 alle 17

A Johannesburg non perdetevi l’occasione per fare un salto al flea-market Rosebank. È uno spaccato della vera Africa, frequentato da commercianti venienti da ogni angolo del continente. Si trova qualunque cosa, dai monili tuareg alle statuette in pietra dello Zimbabwe. Ma, soprattutto, è il posto ideale per andare a caccia di maschere rituali. Calma, non montatevi la testa: il 95 per cento sono clamorosi falsi, fabbricati in serie per la gioia del turista sprovveduto. Però, a guardare con calma, in mezzo alla paccottiglia c’è del buono. Riconoscere il pezzo giusto. data la consumata abilità dei falsari, è impresa ardua. Proviamoci. Tanto per cominciare evitiamo tutto ciò che proviene dalla Costa d’Avorio e dal Camerun (mercati esauriti da tempo). Invece, facciamo attenzione ai banchetti dove si vende merce che arriva dall’Angola, dal Mozambico e dal Congo (non ancora completamente depredati dai mercanti d’arte). Ora esaminiamo con attenzione pezzo per pezzo: le maschere autentiche, ammesso che sia possibile generalizzare, hanno una patina d’uso sia interna che esterna. Quasi vetrosa in certi casi, simile a una crosta in altri: comunque, se ci passate il dito sopra non deve alterarsi, né perdere pigmenti. Poi guardate i buchi laterali: servivano per legare la maschera al viso e quindi devono essere consunti, magari ovali. In ogni caso non certo fatti col trapano. La colorazione ha meno importanza, anche se appare vivace: gli oggetti sacri sono periodicamente “rinnovati”, anche con tinte che a noi posono sembrare improbabili. Ultima verifica è il prezzo, previa contrattazione sanguinosa: se il venditore, ormai stremato, non scende sotto i 50-70 euro, ci sono buone probabilità che la maschera sia vera. Forse.

 

 


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