Minorca

23 Aprile 20207min583
minorca

Cale di cristallo, baie incastonate nella pineta, raggiungibili solo a piedi o in barca, due antichi capoluoghi, Maò e Ciutadella, dove candide casette splendono come diamanti al sole.

Resiste al turismo, al cemento, ai ristoranti omologati, il fascino della più orientale delle Baleari, dove l’energia non si consuma in notti brave, ma in amore per la natura.

Se d’estate vi piace fare le ore te a Minorca. Qui, nella meno Baleari, lo sport più appagante è quello di alzarsi la mattina presto per so le spiagge deserte a nord dell’isola, punto ccli itinerari di trekking a piedi, a cavallo o in mountain bike: dall’appartata Cala del Pilar, con mare di cristallo e sabbia rosso cupo, raggiungono le scenografiche Cala e Cala Tortuga, protese nel blu attorno al faro di in un paesaggio aspro e desolato contornato da laghetti e cespugli di macchia mediterranea. A sud, invece, scorci da cartolina: cale e calette incorniciate da pini e agrifogli, acque color smeraldo, sabbia di un biondo fine. Tra le larghe spiagge chiare di Son Bou, Son Saura, Binigaus, San Tomas e Son Parc si aprono minuscole baie sabbiose circondate da pinete (Cala en Turqueta, Cala es Talaier, Algaiarens, Binibequer, Cala Mitjana), oppure calette nascoste come Cala Macarelleta, un paradiso terrestre raggiungibile solo a piedi o a nuoto, e s’ Albufera des Grau, riserva lagunare dove convivono aironi, cormorani, rapaci e, sugli isolotti interni, la rara lucertola nera, simbolo faunistico delle Baleari riprodotto come un marchio di fabbrica su T-shirt e sandali isolani. Ai confini della riserva, il vecchio borgo di pescatori, con una manciata di case appollaiate sulla baia, è rimasto il rifugio dei turisti più attenti all’autenticità dell’ambiente naturale e delle tradizioni minorchine. Nonostante la vocazione ecologica, che nel 1993 le è valso il titolo Unesco di Riserva Mondiale della Biosfera, anche Minorca non è del tutto immune dalle cementificazioni che, qua e là, ne hanno deturpato il magnifico paesaggio. La visita di Binibequer, costruito negli anni Settanta sulla falsariga di un villaggio tradizionale, è una delle concessioni riservate agli amanti del kitsch estivo: una pioggia di casette bianche, minuscole, addossate una all’altra fronte mare, attraversate da vicoli pedonali strettissimi in cui ferve il coté vitaiolo di boutique, caffé e ristorantini a misura di tribù in divisa d’ordinanza balneare: costume, pareo e infradito. Per riprendersi bisogna salire a trecento metri d’altezza, sulla collina dell’eremo di El Toro da cui si domina la vera natura minorchina: una distesa sinuosa di campi, punteggiata da mulini a vento e ritagliata da muretti a secco tra cui cavalli e vacche pascolano allo stato brado e occhieggiano basse case grigie, difese appena dal vento che soffia fra i tronchi contorti degli ulivi. Il marés è la roccia, colorata di sfumature cangianti dal bianco al rosa pallido, grazie alla quale l’uomo ha colonizzato Minorca sin dall’età nuragica. Sui blocchi di questa arenaria locale si fondano le testimonianze archeologiche più emblematiche dell’isola, dal monumento funerario della Naveta des Tudons alla cittadella preistorica di Torre d’en Galmés, fino a tutti i moderni edifici monumentali, dalla cattedrale di Ciutadella alla fortezza inglese di Es Castell.

Minorca è disseminata di vecchie cave di marés, la pietra calcarea che dona alle case, ai palazzi e alle chiese dell’isola il caratteristico color sabbia, tra il beige e il bianco-rosato. Alcune di queste scenografiche cave abbandonate sono state recuperate e ripulite al fine di renderle visitabili. Come quelle di Pedreres de s’Hostal, gestite da Lithica (lithica.es), un’associazione si prefigge di preservare i luoghi e le tradizioni di lavoro dei canteros, gli antichi cavatori, salvando dal degrado le cave e mantenendo in vita le secolari tecniche di estrazione dei blocchi d’arenaria minorchina. Oltre a predisporre percorsi e itinerari guidati, Lithica organizza all’interno di s’Hostal la «Fiesta de la luna Ilena», un happening popolare che si tiene ogni anno alla prima luna piena d’agosto e che rappresenta l’occasione per visitare le cave in piena notte.

Una strada divide a metà Minorca, congiungendone i due poli e le due città che nel corso dei secoli si sono avvicendate nel ruolo di capoluogo: Mao e Ciutadella. La prima è il porto minorchino per antonomasia, approdo delle navi da crociera e teatro dello shopping coatto. Il casco viejo, avvolto in una nuvola di candore abbagliante, si crogiola in alto al sole, dominando dalla cima della sua collina il porto naturale più grande d’Europa e la sequela infinita di villini, villette e approdi chic che si inseguono lungo la baia prima che la vecchia torre di guardia e il profilo piatto dell’isola del Lazzaretto regalino certezza del mare aperto.

Sul versante opposto dell’isola, il centro storico di Ciutadella è il salotto buono di Minorca, impreziosito dall’imponente cattedrale gotica svettante tra i palazzi secenteschi. Monumentale anche nell’impianto stradale, disegnato senza logica apparente in un dedalo caotico di stradine di pietra intorno a tre lunghi decumani paralleli, con i portici angusti fitti di bar e negozietti, in un clima palpitante che trova pace solo all’ora della siesta. L’antico acciottolato si spalanca su piazzette improvvise, dove al contrario regna una quiete d’altri tempi, svelando chiostri e giardini segreti come quello del seminario agostiniano o monumentali mercati ittici con bottegucce caratteristiche dove acquistare il prelibato Queso de Maò, il formaggio locale.

 


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